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Giuseppe Adorante

Giuseppe Adorante

Giuseppe Adorante non ha ancora inserito la sua biografia

La Fiera del Levante: diamo i numeri!

Inviato da il in Economia

La Fiera del Levante, con i suoi 300 000 m2, rappresenta un unicum nel Mezzogiorno d’Italia, sia per l’estensione degli spazi, sia per la versatilità degli ambienti, in grado di soddisfare le diverse esigenze espositive. Il quartiere fieristico, inizialmente di 100 000 m2, si è ampliato nel tempo in concomitanza con la crescita delle ambizioni e delle potenzialità del polo fieristico. Strategicamente vicino alla grande viabilità, sorge a 15 minuti dall’aeroporto Bari Palese e a solo 2 km dal centro città, in prossimità delle principali località turistiche della Puglia.

La fiera si apre alla città attraverso sei ingressi, i cui nomi dipendono dalle principali manifestazioni che si svolgono nei padiglioni adiacenti: l’ingresso Edilizia o, piuttosto, quello Agricoltura. L’ingresso principale, il cosiddetto ingresso “Monumentale”, si affaccia sul mare, a riannodare anche simbolicamente il rapporto solido con il Mediterraneo. La superficie coperta di oltre 150 000 m2 è articolata in 44 padiglioni generali e 33 isolati. Le strutture ospitano sia eventi complessi che richiedono il particolare know how espositivo maturato dalla fiera in settant’anni di esperienza, sia ambiziosi congressi aperti a oltre 5000 persone, sia attività seminariali e ricreative (spettacoli, sfilate). Lo Spazio 7, con circa 1500 posti a sedere disposti a platea, recentemente ristrutturato e dotato delle più aggiornate tecnologie, rappresenta l’optimum dell’offerta congressuale della Fiera del Levante. Grazie alla modularità degli spazi può affiancare all’attività congressuale esposizioni, spettacoli e catering.

Il Palazzo del Mezzogiorno, imponente costruzione che sorge in prossimità dell’ingresso orientale, è anch’esso un centro congressi integrato, dotato di quattro sale utilizzabili in contemporanea per la gestione di più eventi. I comodi parcheggi e le ampie vie d’accesso e di deflusso facilitano l’organizzazione di concerti e di eventi spettacolari.

[Fonte: www.aevi.it]

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Province 2.0: dal 2014 cambia tutto

Inviato da il in Economia

Va avanti l'iter che dal 2014 dovrebbe portare ad uno snellimento amministrativo e burocratico che riguarderà le province italiane e le grandi aree metropolitane. Un altro passo verso questo "ammodernamento" è stato compiuto in questi giorni. Di seguito un estratto dell'articolo del Sole 24 Ore in merito a questo argomento:

"Il Governo prova ad andare avanti sullo svuotamento delle Province. Il Consiglio dei ministri ha appena licenziato in via preliminare il disegno di legge che dal 2014 istituisce le Città metropolitane, trasforma le amministrazioni provinciali in enti di secondo livello con funzioni minime di pianificazione e semplifica la disciplina delle Unioni di Comuni. Si tratta del secondo tassello dopo il Ddl costituzionale approvato il 5 luglio scorso e volto ad eliminare il termine «Province» dagli articoli 114 e seguenti della Costituzione. Entrambi i provvedimenti dovranno avere prima il parere della Conferenza unificata e poi l'ok del Parlamento. Per cui il percorso di superamento delle Province è appena all'inizio.

L'intervento dell'Esecutivo si è reso necessario dopo che la sentenza 220 della Consulta agli inizi di luglio ha sancito l'illeggittimità costituzionale sia dell'articolo 23 del decreto salva-Italia, che trasformava le Province in enti di secondo livello, sia gli articoli 17 e 18 della spending review, che prevedevano il taglio di quelle con meno di 350mila abitanti e un'estensione inferiore a 2.500 chilometri quadrati (riforma peraltro congelata dalla successiva legge di stabilità, ndr). In attesa della riforma costituzionale che potrebbe prevederne l'abolizione, il Ddl approvato oggi istituisce un ente di area vasta, governato sostanzialmente dai rappresentanti dei Comuni e dotato di poche funzioni di pianificazione. Non è più prevista tra gli organi la Giunta provinciale; il presidente è un sindaco in carica eletto, con un sistema di voto ponderato, dall'Assemblea dei primi cittadini; il Consiglio provinciale è costituito dai sindaci dei Comuni con più di 15.000 abitanti e dal presidente delle Unioni di Comuni del territorio con più di 10.000 abitanti. La trasformazione si avvia entro 20 giorni dalla data di proclamazione dei sindaci eletti nelle prossime tornate amministrative con l'elezione del nuovo Presidente e l'insediamento del Consiglio. E, dunque, al più tardi nell'estate del prossimo anno.

Nei territori di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria dal 1° gennaio 2014 nasceranno le Città metropolitane. Che si occuperanno di pianificazione strategica, servizi pubblici, viabilità, trasporti, sviluppo economico e prenderanno il posto delle rispettive Province. Da quel momento comincerà l'iter per l'adozione dei nuovi statuti che dovrà concludersi entro sei mesi. Dal 1° luglio le Città metropolitane saranno infatti effettivamente in carica con i loro tre organi: il sindaco metropolitano, cioè il sindaco del comune capoluogo che insieme ai primi cittadini di tutti i municipi con più di 15mila abitanti e ai presidenti delle unioni di comuni con più di 10mila abitanti formerà il consiglio metropolitano accanto al quale opererà anche una conferenza metropolitana formata dall'insieme dei sindaci. In alternativa lo statuto potrà prevedere un sistema di elezione a suffragio universale sulla base di una legge elettorale nazionale.

Sempre a partire dal 2014 nascerà anche la Città metropolitana di Roma capitale che sostituirà sia il Comune che la Provincia di Roma. Fino all'eventuale adesione di ulteriori Comuni, il sindaco di Roma assume le funzioni di sindaco metropolitano e l'Assemblea capitolina assume le funzioni del consiglio e della conferenza metropolitana; si applicano per il resto le altre disposizioni sulle città metropolitane .

Al tempo stesso il provvedimento prova a mettere ordine nelle tre diverse tipologie di Unioni di Comuni oggi esistenti. Prevedendo ad esempio che tutti i municipi con meno di 5mila abitanti 8o 3mila se montani) si associno per svolgere le loro funzioni fondamentali."

[Fonte: www.ilsole24ore.it]


Voi pensiate sia la strada giusta da intraprendere o c'erano provvedimenti più urgenti ed efficaci?

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Oggi vorrei proporvi un tema caro a me, in quanto giovane laureato e alla mia generazione. Cercando, come sono solito fare, notizie sul Web mi sono imbattuto in questo articolo che vorrei condividere con voi:

"Chiara ha 29 anni, una laurea specialistica in Economia aziendale presa in Bocconi nel 2008 e un lavoro in una società di gestione del risparmio. Si occupa di operational e financial risk, valuta cioè il rischio e la legalità degli investimenti fatti dai clienti in diversi tipi di prodotti finanziari, compresi i derivati. Giulia invece di anni ne ha 33 e si è diplomata in ragioneria nel ’99. A sei mesi dal diploma ha iniziato a lavorare nella banca in cui si trova ancora oggi. All’inizio si è occupata di back office, poi, racconta «con il boom dei fondi speculativi» ha iniziato a metà anni 2000 a seguire la gestione di fondi hedge e da circa un anno verifica dal punto di vista legale ed economico la sottoscrizione di derivati Otc. Chiara e Giulia (i nomi sono di fantasia), fanno lo stesso lavoro pur avendo percorsi formativi diversi alle spalle.

I laureati italiani, a 13 anni di distanza dalla riforma del 3+2 introdotta con il decreto legislativo 509 nel 1999, svolgono mansioni simili a quelle che un tempo erano appannaggio di lavoratori meno istruiti. Hanno titoli poco apprezzati dai datori di lavoro, stipendi più bassi dei laureati con il vecchio ordinamento. Perché il sistema produttivo italiano, pur assorbendo molti più laureati di prima, non ha modificato la propria struttura e la tipologia di mansioni. Ma non solo. Quale ruolo ha l’università in questo? E quale invece le riforme che hanno reso più flessibile il mercato del lavoro? 

Il professor Daniele Checchi, docente di Politica presso l’Università degli studi di Milano ha affrontato la questione in un rapporto scritto insieme a Giuseppe Bertola, dell’Università di Torino*, poi confluito nel volume edito dalla Fondazione Agnelli con il titolo I nuovi laureati, La riforma del 3+2 alla prova del mercato del lavoro, 2012, Laterza. Checchi e Bertola hanno studiato gli effetti della riforma del 3+2 con un obiettivo preciso: misurarne l’efficacia nel favorire l’ascesa sociale dei laureati. La risposta? Se da un lato la riforma ha aumentato il numero di matricole, dall’altro non ha garantito ai suoi laureati migliori condizioni lavorative e reddituali. Colpa della crisi economica? Non proprio, visto che i dati raccolti si riferiscono a un arco temporale che si ferma alle soglie del 2008. 

Unendo i dati di più istituti (dall’Istat, ai dati di Banca d’Italia, Cnvsu ai rapporti Almalaurea), il professor Checchi ha analizzato contemporaneamente due mercati: quello dell’istruzione universitaria (gli studenti sono la domanda, gli atenei l’offerta) e quello del lavoro (dove i laureati sono l’offerta e le imprese la domanda). E per misurare il grado di mobilità sociale introdotto dal nuovo ordinamento, ha verificato il variare del numero di immatricolazioni e dei tassi di abbandono da un lato, e la difficoltà per i nuovi laureati di trovare impiego nel mercato del lavoro dall’altro.

Obiettivi raggiunti solo in apparenza
«Osservando il numero dei laureati si vede come esso raddoppi nell’arco del decennio», commenta il professore. E fermandosi a questo, potremmo dire che la riforma ha raggiunto uno dei suoi obiettivi primari, quello di aumentare il numero di laureati e accorciare le carriere accademiche. Un risultato che è però artificiale. Da un lato perché molti studenti del vecchio ordinamento transitano al nuovo conseguendo prima del previsto una laurea triennale (nel 2004, ad esempio, gli studenti cosiddetti «ibridi» sono il 41,5% del totale), dall’altro perché il sistema del 3+2 «prevede che uno studente che consegue prima il titolo triennale e poi quello biennale venga conteggiato come doppiamente laureato, per ciò stesso gonfiando il numero dei laureati».

Voi cosa ne dite?

Questo è solo un estratto,
leggi il resto: http://www.linkiesta.it/riforma-universitaria-3-piu-2#ixzz2WH5pHUVc

Fonte: linkiesta.it

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L'utente Postmoderno

Inviato da il in Marketing

A considerare bene nell'era di Internet e ancor più in quella dei social, dei forum, dei blog... ogni utente ( e quindi ogni singolo individuo) è sempre connesso, sempre informato ed aggiornato e sempre in contatto con amici o semplicemente con gli altri utenti. "Essere on-line" è una moda dilagante, si spendono tanti soldi per mantenere questo status (vedi telefonini, smartphone, tablet, abbonamenti, ricaricabili). Queste sono le prerogative di base che distinguono l'utente (o user) POSTMODERNO. Ovviamente poi le implicazioni sono molte altre, come per esempio la maggiore informatizzazione, la maggiore scaltrezza riguardo agli acquisti, modalità di acquisto del tutto nuove e quanto a questo consegue. 

Consideriamo una cosa però: secondo  la maggior parte dei giovani under 35 (tendenza più forte  al nord) passa parte del proprio tempo libero sul Web, attraverso PC, Tablet e smartphone. Fate caso passeggiando per strada a quante persone sedute ai tavolini del bar, per esempio, non chiacchierano tra di loro, ma sono concentrate a consultare il proprio smartphone. Questo dato ci indica che nel tempo libero (momento in cui il soggetto è più incline a recepire le comunicazioni commerciali/promozionali) si tende ad essere "on line" e connessi con il mondo, ma in modo "solitario"; chiusi nel proprio appartamento o totalmente estranei a quello che accade attorno e immersi nelle APP del proprio smartphone. 

A questo proposito viene da chiedersi quale potrebbe essere, in questi momenti, la strategia giusta di marketing per accedere a questi utenti! Una personalizzazione di massa? Sfruttamento delle Authority e degli Opinion Leader (sul web di intende)? Strumenti di marketing tradizionali per riconnettere l'utente Postmoderno alla realtà?

Voi cosa ne dite?

WWW.PLUSX.IT

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Nuotare in un "Oceano Blu"

Inviato da il in Marketing

Un interessante libro di di W. Chan Kim e R. Mauborgne ci insegna come differenziarci e trovare il successo.

Sin dagli albori dell'era industriale, le imprese hanno ingaggiato una battaglia senza quartiere per accaparrarsi un vantaggio nel sanguinante oceano rosso della competizione, colmo di rivali che lottano per un potenziale di profitti sempre più ridotto. 

Proviamo a immaginare le prospettive di crescita che avrebbero se, invece, potessero operare senza alcuna concorrenza! (questo significa mettere in discussione tutto ciò che pensavamo di sapere in materia di strategia…). 

Attraverso uno studio condotto in oltre trenta settori, su un arco di tempo che varca il secolo, Kim e Mauborgne hanno elaborato un modello sistematico, replicabile da qualsiasi impresa, per raggiungere alti livelli di crescita. 

Dal "Modello T" della Ford allo "iPod" di Apple, essi hanno identificato i principi e gli strumenti per neutralizzare la concorrenza e creare uno spazio di mercato incontestato, dalle possibilità illimitate come quelle di un oceano blu.

Nell'oceano rosso, i confini di settore sono definiti e accettati da tutti, i prezzi tendono verso il basso e le regole del gioco sono note. Ma lo spazio di mercato si affolla e le prospettive di crescita e profitto declinano. 

Nell'oceano blu l'approccio è opposto: le aziende devono darsi da sé delle regole capaci di aprire mercati incontrastati, in cui la crescita è garantita.

Nell'oceano rosso, le imprese cercano clienti nel mercato già esistente. Nell'oceano blu guardano ai non-clienti. 

Nell'oceano rosso si chiedono come facciano i clienti a scegliere tra i diversi concorrenti di uno stesso settore. Nell'oceano blu, invece, sanno che i clienti compiono le loro scelte guardando al di là dei confini di settore.

Nell'oceano rosso creano mercati di nicchia, segmentando la clientela. Nell'oceano blu cercano i punti in comune tra tutti i clienti, come base per creare una domanda di massa e ingenti profitti. 

Strategia Oceano Blu porta un messaggio carico di ispirazione: il successo non dipende dalla concorrenza spietata né da costosi budget di marketing e R&S, ma da mosse strategiche brillanti, adatte a un uso sistematico da parte di tutte le imprese. 

Per saperne di più vai al sito ufficiale del libro

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